Ho sentito il sollievo inclemente che da la sensazione di morire, la sensazione limpida che tutto sia finito; la pace di nessun sospeso, il candore del mio respiro morbido e trasparente che esala buono e gentile verso l’ignoto e prima, per poco, accanto alla pioggia. Ho sentito la caduta degli abiti, il crollo dei bisogni, il decadimento dei sogni, la rovina delle fatiche. Nulla da sostenere, ancora. La meta, il mio corpo e finalmente me stessa. Leggerissima…

Ho scoperto che l’enigma dell’intimità appartiene solo agli sconosciuti, a coloro che si guardano ancora. I segreti, le confessioni, lievi ma potenti, che trapelano dal tuo sentire verso un amante delle primissime notti vigili. Ho scoperto che l’intimità è legata all’estraneità, alla libertà, alla forza, alla passione. Quando non devi controllarti. Guadarti. Quando non devi difenderti. Spiegarti. Quando non puoi ferirlo.

Ho varcato i cortili del futuro ed ho osservato con cura tutta la curvatura della mia sepoltura. Una vita velocissima, lenta di silenzio e notti. Essere, sola. Scrivere. Picchiettare le dita tatuate in una tastiera scura, calda, secca. Bere ed esondare lacrime che nessuno può sentire. Non chiedere mai aiuto a chi può venire a salvarti è sempre una scelta di fede. Come se io fossi ancora forte. Come se io fossi ancora sana. Come se io….

Ho contato le frasi che parlano di me, i pensieri che dicono di me, l’egotismo che straripa da me. Potrei suonare il piano per la strada che sa di caffè, d’estate e sopore. Potrei essere irriverente fino a dimenticarmi il mio nome. Potrei impazzire finalmente, generosa, e assolutamente indifferente. Entrambi…Vorrei non finire la stagione.

Ho sofferto la Sicilia come la litania della sicurezza selvaggia. Ho strisciato concitatamente la mia mano sulla pianta del mio piede piccolo, come a cancellare un viaggio o accendere un fuoco di arti…per spegnere un delirio di parole strozzate. “Ho gli occhi tropicali” ho risposto ad un bambino che mi ha spiata piangere dal suo balcone al mio terrazzo. “Questo pomeriggio è cominciata la stagione dei grandi, infiniti, temporali.”

“Ti piace troppo inventare storie” diceva mia nonna. Ma i bambini ne sono affascinati, restano ad origliare la paura dei grandi attraverso le ringhiere delle mie invenzioni: è un esorcismo di bellezza. Potrei essere la strega di quartiere, ma la provincia si spopola di bambini ed io, devo confessarlo, ho una terra matta di solitudine da condividere. Mi manca mia sorella, che come magma brucia i miei occhi e cristallizza sterpaglie di lacrime in frammenti di cristallo. Mi manca tornare indietro, sorprendere la corda tesa, deviare per il mondo e non voltarmi indietro.

Ho sostenuto la zavorra che alberga in me. L’ho accettata e persino sorretta con ganci e pilastri; le ho vissuto attorno e sono anni che esisto intorno agli spazi che mi ha lasciato. Giardini estemporanei crescono al limite della superficie di pietra che costituisce il mio peso. Morire potrebbe essere la mia vocazione di leggerezza e perdizione.

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