Quel suo modo di arenare le mani sulle spalle tese quando temeva di più la solitudine: chiudeva i gomiti al petto, si difendeva dal fiato freddo dei fantasmi, fermava il cuore e un battito sotterraneo espirava sofisticato dalla curvatura della sua schiena marmorea. Aveva una figlia adesso. Era più stata amata come io l’avevo amata? Sapeva di quanto mi aveva rubato? Le avevo detto molte volte quanto fosse cambiata, come fosse cambiata, ma oltre la linea d’aquila del suo sguardo rapace ardevano ancora biblioteche di salute e pace…La sera che la raggiunsi al centro della sala mentre scordava il suo corpo nella notte, non mi chiese nulla. Mi diede la mano. Mi seguì. E facemmo l’amore in una camera da letto spoglia, davanti uno specchio sporco, in piedi e in silenzio. Un manto di neve dentro il rumore elettronico della festa sudata.

Era la dolcezza del ghiaccio che suda sul mio corpo. Bevevo dai suoi occhi petrolio e succhiavo la sua pelle di bronzo e ottone. Si era conquistato l’aurora dei miei giorni. Tutti. Fino ad allora aveva trascorso anni ad osservare infuriato le mie pire e le mie gambe… Sapeva quanta pena gli avevo sottratto e quanto amore gli avevo rubato? Quella notte sedeva sul rialto del salone e mi fissava oltre l’elettricità della musica. Bruciavano pianure secche di resistenze nei suoi occhi imperiali. Venne al centro della pista. Mi porse una mano, dopo secoli di detenzione. Lo seguii. E facemmo l’amore in una camera da letto abbandonata, guardando il silenzio. Sentendo la luna.

Avevo trovato la luna scura sopra le mie guerre. Era intensa. Inaccessibile. Inclemente. Strideva nella luce come l’attrito deviato di un corvo storpio. Le sue gambe erano bianche, bianche come le chiese di campagna e di Bisanzio. Amavo ancora i movimenti eleganti delle sue dita magre, quelle dita forti che imprimeva sulla mia nuca persa nell’incavo del suo collo d’avorio. Perché l’amore che è passato non è mai del tutto finito? Perché la brace dei suoi sorrisi smezzati è sempre sul finire del calore senza mai essere cenere? Avevo creduto fosse mio quel figlio, ma oltre luglio non era più possibile.

Aveva creduto che potesse essere suo quel figlio. Senza mai confessarmelo aveva osservato da vicino la mia gravidanza instabile. Senza partire. Non ancora. Ma lo avevo già tradito a letto. Nell’intemperanza. Su un veliero. Di termiti e follia. Non ero bella quanto le sue ragazze d’acciaio quella prima notte di creta. Ma ero buia. Mi aveva lasciato dopo aver toccato palmo a palmo il buio che ora conosceva come sotto torcia.

Sei anni. Sei anni di buio e candele. Dormivamo poco. Ore di strade, montagne e incidenti. Le parole s’infrangevano come onde rotte dal lancio irruente di un bastone quando lei cominciava a volare su di me. Un falco sul mio petto. Da quale vetta si era lanciata per sotterrare il mio corpo sul respiro di un altro? Con quale moneta aveva pagato l’ostaggio della memoria? Sapeva che la stavo guardando?

Lo avevo guardato dimenticarmi. Sulla Cordigliera dei miei impeti. Nelle Azzorre dei suoi eccessi. In natura è possibile superare l’osmosi di un respiro reciproco? Rifletto sul concetto di natura solo attraverso la resilienza del suo abbandono. Ho mangiato ciliegie e bevuto porto. Ho partorito sugli strali di un’eclissi.

Ho oscurato l’argento corazzato delle sue notti, ma lei ha irretito le forze gravitazionali del suo mondo per rivestire d’adamantio il suo profilo niveo. Potrei fermare il Tempo solo per toccare di nuovo i capillari glaciali dei suoi torrenti e dirle che l’amo? Potrei, in questo cinema autunnale della mia vita verde e fradicia,…?

Sotto il cappuccio impermeabile della mia bambina ho nascosto l’arco dei miei passi. Non ti mentirò. Non ti guaderò. Dalla tredicesima fila di questo cinema d’Ottobre alzerò lo sguardo solo per esondare il Tempo e dimenticarti ancora. Ancora.

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