…e chiudo gli occhi, oggi, mentre sento in differita gli INVESTIMENTI, le REGOLE DEL GIOCO, l’ACCRESCERE LE PROPRIE COMPETENZE; scappo, oggi, lì dove ho nascosto l’odore della costa invernale. Striscio le mie gambe nude dentro il caldo estivo ed ascolto la mia vita, il mio ventre, l’animale delle mie voglie.

Mi sorprendo a decantare il mio calice come se stessi sussurrando in segreto le mie mire a tutti gli uomini e le donne del dehors; a ciascuno sopra un filo metallico invisibile.

Ma ballo davvero solo da sola. E sogno da sempre solo da sola. E ti parlo davvero solo da sola. Coi miei occhi di scontri. Coi miei pianti, trasparenti e imprudenti.

“Ascolto sempre musica che parla di te” dice. E per un attimo resto immobile, forte come lo ero solo da bambina, ad aspettare l’onda impetuosa che mi travolga fino a riva, con le caviglie sbucciate dalla ghiaia e dal sale. Avevo le ossa corrose dall’audacia di ogni impresa da bambina. Sono rimasta una creatura fatta di desiderio. Di oceano e desiderio.

“Non fare la cosa giusta” confessa. Io vorrei fare le cose al contrario. Partendo dalla fine, perché all’inizio sono così appassionata e intensa. Perché all’inizio via Pentolai mi gridava di fuggire ed io non l’ascoltai. Poi occhi verdi, mani ferme, piedi scalzi, lenzuola sgualcite, un quadro e tutta l’eleganza di una voce di ghiaccio azzurro.

Sono un’immaginazione rintanata. “Quando? Quando hai cominciato a nasconderti?” minaccia. Dietro il mio sonno di coltre; dentro le mie corse affannate; sopra le labbra che ho baciato. Sono una posa di tristezza ogni sabato notte. Non sono la Terra di nessuno. Ho appetiti incomprensibili. Dimorano nei ruggiti delle tempeste e delle grandi calamità. Incontrarmi è spossante. E non ho presa, sul vento, sull’acqua, sulla luce, dei tuoi meriggi.

“Non era un aspetto, non lo era e a quel punto bisognava che mi spogliassi di tutto, di tutto ciò che era mio: tu. Il mio tutto. Un’intera rivoluzione poteva compiersi solo perdendo te e lasciando immutato, volendo, tutto il resto, che non era.” spiega.

Era più facile quando sapevo spogliarmi disinibita, quando mi avevi insegnato il potere del corpo, quando non pretendevi nulla da me. Ora tutti giudicano, compreso te. Anche tu vuoi qualcosa: tutto il contrario di ciò che mi indicano gli altri. Ma sempre qualcosa.

Ho frodato il tempo, nella mia carrozza rubata, vestita di parole. E’ passato un decennio ed ora non voglio più un figlio né te. Voglio far partire il treno; voglio vedermi nuda, vedermi tutta, sentire forte, sentire e smettere di pensare. O rifugiarmi.

“Tutti fanno e fanno e fanno…” dico.

“Per forza: solo chi fa, diventa” risponde.

“Allora io non diventerò mai nulla…”

“No, mai. Tu sei.”

 

 

 

 

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