Per oggi, 20 Giugno, ho previsto la conclusione di questo trittico di articoli. E’ la Giornata Internazionale del Rifugiato, indetta in questo preciso giorno per commemorare l’approvazione, nel 1951, della Convention Relating to the Status of Refugees (la c.d. Convenzione di Ginevra), da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. E’ l’inizio della stagione estiva di un altro anno in cui le nostre voci ed il nostro operato saranno più che mai necessari per arginare il naufragio di migliaia di vite, compresa la nostra, da un punto di vista politico, etico e umano.

Dopo il mio Sabir, il festival promosso annualmente dalla strage del 3 Ottobre 2013, mi sono ripromessa di sviscerare la questione migratoria, di indagare e demistificare tutti i punti critici e retorici dell’attualità, di ripristinare un livello decoroso di informazione e coscienza collettiva sui fenomeni cogenti che costellano la nostra vita politica e che insistono sugli assetti della nostra vita sociale.

Non starò a ripetere la mole di responsabilità che grava sulle nostre esistenze riparate eppure così fragili; non tradirò oltre, con la mia penna militante, l’intento puramente giornalistico che mi sono imposta di perseguire, convinta che, lettura agli occhi, ciascuno di noi avrebbe mosso la propria voce.

Ciò che segue, nelle righe di questa pagina, è importante poiché risponde a chi vuole combattere, a chi, consapevole del giogo impietoso che si diffonde sulle nostre teste, vuole agire e fare la differenza; oggi non scrivo per replicare agli oratori xenofobi, ai politici ipocriti, alla gente comune aizzata e strumentalizzata, oggi scrivo alle eccezioni, oggi mi rivolgo alle possibilità della rivoluzione intellettuale, della controriforma semantica.

Passeggiavo con le mie cuffie ingombranti domenica pomeriggio e tra i fasti di una rabbia caustica che banchettava con i resti della mia resistenza, la pioggia ha sedato ogni furore distruttivo, ha ricomposto i recinti rovinati dalle scintille del mio rogo interiore, riassettato i pensieri e sussurrato, alla mia solitudine, un richiamo d’aiuto: ci sono cose che possiamo fare. Insieme.

Nel 2011, la caduta dei regimi dittatoriali provocata dalla Primavera Araba nel nord Africa ha causato l’inasprimento della cosiddetta CRISI MIGRATORIA, poiché, caduti i guardiani dei cancelli della rotta Mediterranea, ciò che prima era controllato, filtrato e tenuto a freno da Gheddafi (per esempio) è direttamente sbarcato sulle nostre coste muovendo la percezione di ciò che prima ci era semplicemente segregato, lontano.

Come abbiamo analizzato, da vent’anni le reiterate “CRISI” si susseguono e le risposte politiche sono sempre uguali, con una recalcitrante regressione e violazione dei diritti umani, ma i flussi migratori sono un fenomeno costante e strutturato che non può e non deve ricevere soluzioni di confinamento, segregazione e violenza. Dal 2001 l’Unione Europea subordina qualsiasi forma di cooperazione con i paesi deboli del sud del mondo alla firma di un accordo di riammissione ed esercita a questo scopo, dal 2015, una pressione ancora più forte sugli stati già impegnati “nella cooperazione”. L’anno scorso più di 130 ONG hanno denunciato i travisamenti della politica di cooperazione attuati per esercitare una politica migratoria repressiva. Conosciamo tutti cosa è avvenuto alla credibilità delle Organizzazioni non governative anche a seguito di questa ingerenza sgradita e potenzialmente imbarazzante per gli Stati membri.

Le polemiche e la risonanza delle presunte collusioni delle ONG con la criminalità organizzata del traffico di vite ha offuscato ed occultato mediaticamente:

  • il memorandum Italia-Libia
  • le ragioni delle migrazioni!
  • e le proposte di revisione legislativa della Commissione Europea nel quadro giuridico del diritto d’asilo.

Arginare e bloccare è il dibattito politico, non di certo allargare l’effettività e l’efficacia dei diritti sanciti. Confinare le Ong abbattendo la trasparenza del loro operato è la questione mediatica, non pretendere vie legali e sicure, corridoi umanitari, per combattere i trafficanti e il fiorente business dell’industria delle frontiere.

Cambiando traccia nella playlist del nostro soundtrack segreto, il sommerso mondo intimo della nostra remissività deve capovolgersi, sovvertire i toni e le posizioni:

  1. Basta fare un lavoro difensivo, da una prospettiva speculare di chi fa parte dell’opposizione minoritaria ed ha scarse possibilità di successo! Bisogna recuperare il valore dei contenuti di lotta superando la logica incontrovertibile e tirannica dei numeri. E’ necessario insegnare, al tempo dei like e delle visualizzazioni, che la dittatura della maggioranza non spaventa e non scoraggia le voci divergenti. E’ fondamentale unire le parti sociali di resistenza e condurre un lavoro serio, propositivo, strutturato e sistematico, di pressione e rivendicazione, di chi sa che sta lottando per ciò che non è negoziabile e non accetta il buio del compromesso storico. Se ricominciamo a rialzare la soglia dei livelli di guardia circa i diritti e la pretesa sull’automatismo politico e culturale che ne istruisce il riconoscimento sociale, allora non dovremo affatto interagire e giocare a ribasso con le briciole dei governi esecutivi. Siamo gli unici soggetti storici che possono contrastare questa deriva.
  2.  Fare informazione! Ingaggiare informazione. La divulgazione, ferma e documentata, della necessità e irreprensibilità delle ONG è una forma di resistenza civile, intellettuale, oltre che etica.
  3. Stringere il Parlamento Europeo ed i singoli Parlamenti nazionali! C’è una illecita mutazione strutturale che precede l’alternarsi del potere politico nei suoi colori e che procede dilagante coinvolgendo tutte le parti politiche della contemporaneità: la concreta sovrapposizione del potere esecutivo sul potere legislativo laddove non è affatto sancito costituzionalmente un tale cambiamento della Forma di Governo. Ne consegue un incontrovertibile dileggio per la democrazia ed il mandato democratico che si declina attraverso il controllo e l’affermazione parlamentare. Il Parlamento Italiano, che costituzionalmente è l’unico attore legittimo per la stipulazione di questi accordi (vedi art. 80, in riferimento ai a trattati internazionali di natura politica) è in realtà del tutto subalterno alle decisioni e al ruolo dell’esecutivo. E’ una prassi inveterata che richiama quella giuridicamente definita forma semplificata, la quale giova alle prerogative del governo e che si è largamente e profondamente diffusa in questi anni. Dobbiamo quindi svolgere un’azione stringente verso le responsabilità del Parlamento, quale unico detentore del potere democratico per ratificare questi accordi; bisogna muovere un’azione popolare di consapevolezza e cultura giuridica e chiedere ai Parlamenti nazionali: dove eravate durante e dopo la firma degli accordi? siete stati informati? Perché non esistono leggi di ratifica di questi trattati che rientrano nelle classi di riferimento previste dall’art. 80 del dettato costituzionale? Si deve pertanto ricondurre il Parlamento alle sue imprescindibili responsabilità e compiti.
  4. I migranti devono votare! In quanto soggetti ai quali viene imposto il rispetto alle norme di legge e la conformità alle regole sociali, produttive, professionali, debbono essere soggetti in grado di partecipare alla redazione democratica degli indirizzi e degli assetti comuni.  Dopo un ragionevole lasso di tempo, deve essere prevista una compartecipazione sociale e giuridica che dia dignità e voce alle migliaia di cittadini diseguali che contribuiscono al gettito fiscale, al Pil nazionale, alla ricchezza culturale, senza poter accedere ai diritti politici. Senza un’idea condivisa di futuro è impossibile cambiare il presente: i cittadini stranieri sono soggetti di diritto che devono potersi schierare fra le parti politiche e sociali che combattono alle urne le tornate elettorali contro i diritti umani fondamentali; il tempo di concessione dei diritti politici è attualmente del tutto anacronistico per una società che muta e si evolve rapidamente tagliando fuori per troppo tempo porzioni consistenti di popolazione.
  5. Dobbiamo uscire dal binomio accoglienza-respingimento ed insegnare che la normalità è la libera circolazione e la libertà d’insediamento. E’, questo, il punto della rivoluzione culturale; dell’utopia condivisa che sospinge la storia attraverso l’avanguardia di poche voci determinate alla giustizia e alla libertà. Bisogna ripensare il mondo. Comprendere che la Crisi dei Rifugiati è il fascio di luce più abbacinante dove si riflette la crisi di un sistema produttivo con queste regole economiche e questi interessi. Intuire che le nuove tendenze nazionalistiche e fasciste proteggono le strutture neoliberiste (minacciate dai cambiamenti contemporanei) che hanno condannato e condanneranno il mondo ad una terribile decadenza materiale e povertà intellettuale. Spiegare che il futuro va emancipato dal concetto di lavoro come vettore di dignità: ci muoviamo verso un orizzonte in cui il lavoro verrà profondamente sconvolto e dissestato dall’evoluzione tecnologica; se il lavoro è mai stato un mezzo per il raggiungimento della dignità (per me sempre troppo limitato e problematico), oggi è la nave più insicura per far salpare la dignità di milioni di persone. Dobbiamo sganciarci dal lavoro come concetto umanizzante.

 

Se partecipi ad una partita senza saperlo, ci sono buone possibilità che tu sia la palla. (Laurie Penny)

Buona giornata Internazionale del Rifugiato, buon lavoro a ciascuno di voi…

 

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