Creta…creta nasce come uno strumento, limitato davvero, inefficace, autoreferenziale: fa eco solo nelle stanze dove già dimoravo. Non ho altri vettori forse, ma la verità è che non li ho ancora cercati abbastanza. Gli ultimi post hanno avuto scarsissima divulgazione e questa “intima” lettura si sarà profusa soltanto nel raggio di qualche ora personale. Non è abbastanza! Non lo è più da molto tempo e non perché non valuti già un preziosissimo privilegio la considerazione di pochi acuti lettori, ma perché il nostro numero, le nostre vite, questi pensieri che istruiscono queste lotte, sono assolutamente indifferenti, prepotentemente impotenti.

La pausa, che ha caratterizzato queste settimane, non è stata una forma di astensione o di pacifico silenzio, ma una turbata ricerca che, come spesso accade nella mia vita, somiglia molto, per gli osservatori, ad una malinconica stasi. Remissiva.

Non rimetto però alcuna penna, o voce, o arma. Rilancio sul tempo, il vigore e la preparazione invece, perché sulle migrazioni (ed è qui che si definisce il campo) si gioca la Storia. Non è più una contingenza che si rivolge agli addetti ai lavori, ai politici e agli amministratori, è la vostra agenda politica, nell’acustica del vostro ruolo esistenziale. 

Sui flussi migratori oramai si affrontano le tornate elettorali e si concludono i patti sociali. Essere delle persone oneste, che compiono onestamente il proprio lavoro, scegliendo la compagine dei diritti alle urne è necessario, ma non è più sufficiente: lo spazio intermedio fra voi e l’establishment, la zona fra la vostra consapevolezza e l’arroganza della speculazione dialettica, non crea un vuoto neutrale; l’opinione pubblica, quella parte cospicua di cittadini distratti e ignari, ormai da anni in difficoltà economica e da sempre a corto di indagini indipendenti e razionali, è chiamata a scegliere fra due progetti d’intervento: uno militare e commerciale, l’altro di giustizia e libertà. Sembrerebbe facile, così facile… come la redistribuzione economica della ricchezza e delle risorse, come l’abbattimento di un sistema produttivo mortifero, come il rispetto della libera circolazione… Sui libri. Seduti alla nostra scrivania. O nei discorsi sulle nostre amarezze generazionali.

Siamo qui, a questo punto, il momento storico in cui l’avversario, che dispone di mezzi finanziari e propagandistici senza paragoni con voi, ottiene consenso attraverso la strumentalizzazione della crisi economica e la criminalizzazione dei migranti e persino degli operatori di soccorso. Nel nostro silenzio, nel vuoto, s’inserisce l’inazione e non la riflessione personale lucida e autonoma di ogni cittadino di questo continente. E’ esattamente il punto in cui la storia diventa una divaricazione speculare, inspiegabile e assurda, come da studenti abbiamo provato ad esaminare più volte sui libri di storia: dov’era finita tutta la gente in mezzo?

La gente in mezzo si sta già polarizzando, come sempre, perché la gente in mezzo mantiene o allarga i diritti solo quando ha le spalle calde. Il nostro avversario lo sa, e aldilà delle estreme posizioni delle destre xenofobe, mai così rappresentative del sistema eppure mai così fuorviantemente percepite fuori da esso, anche i moderati centristi e i sobri comunisti dei tempi che furono elaborano pacchetti ed accordi criminali.

E’ la battaglia del nostro tempo, è la responsabilità umana del nostro tempo. Serve una militanza, serve il coraggio, l’audacia di affrontare un dibattito imbastito da altri per confezionare a proprio vantaggio la frustrazione delle persone; serve la dedizione e la forza piana per demistificare con chiarezza e convinzione l’opacità delle loro argomentazioni. Vi serve pazienza e molta determinazione.

La parte difficile è che il piano parte dall’alto, proprio dalle istituzioni che dovrebbero proteggere i diritti e i principi; la nota piacevole invece è che nel 90% dei casi le argomentazioni non esistono o sono poverissime, seppur tuttavia parlino alle brutture delle persone insoddisfatte; in questo caso la crudeltà risiede nella convenienza dell’inettitudine, che ascolta ciò che gli serve sentire per ammantare di autorevolezza e veridicità il proprio meschino pregiudizio.

Nel restante 10% dei casi, la struttura delle argomentazioni, la pianificazione del discorso, i dati e la strategia empatica, sono una tessitura studiata a tavolino e resa possibile dall’ignoranza collettiva sui più semplici dettagli di superficie. Serve preparazione e la fermezza della conoscenza per contraddire l’avanzata, altrimenti indisturbata, del potere auto-conservativo.

1. QUELLO CHE L’EUROPA VUOLE – L’APPARATO LEGISLATIVO

Il problema dell’Unione Europea si concentrava principalmente sulla mancanza di effettività dei diritti, sulla sostanzialità dei precetti, sull’inefficace o parziale traduzione pratica dei diritti previsti e sanciti. Negli ultimi anni abbiamo assistito e continuiamo ad assistere con progressiva motivazione ad una inconfondibile inversione di tendenza, che non riguarda più la tenuta concreta delle direttive o la loro esigibilità laddove venga disattesa l’effettività di un diritto, bensì la solida stabilità dei diritti sullo stesso, propedeutico, fondamentale, piano dei principi.

Sono state redatte e presentate dalla Commissione Europea per il Parlamento delle proposte di emendamento ai regolamenti vigenti in materia di migrazione. Sono un pacchetto organico ed uniforme di proposte di revisione che mutano, trasformano e svuotano i diritti, codificandone un cambiamento impressionante. Se l’Europa, al netto delle sue responsabilità politiche secolari, può vantare, a mio avviso, come unica ricchezza, l’elaborazione culturale dei diritti, con questa nuova spinta incalzante diverrà un’istituzione altra rispetto a ciò che era destinata ad essere nel pensiero dei suoi padri fondatori.

1.1 Nella proposta omogenea di questo sistema di modifiche viene fra le altre cose imposto un esame preliminare sulla base del paese di provenienza, che sia quello d’origine o di transito. L’obiettivo è quello di individuare un c.d. paese terzo sicuro al quale rinviare la persona fuggita.

Come già detto in altre disamine, attraverso questo nuovo istituto del PAESE TERZO SICURO (terzo rispetto all’Europa in sé), le domande d’asilo non verranno più esaminate nel merito, rispettando il valore soggettivo del diritto, ma verranno decretate inammissibili, semplicemente perché l’individuo in fuga proviene o ha attraversato un paese sicuro.

Come viene giudicato un paese terzo sicuro? Al momento la Libia è considerata un paese terzo sicuro, la Turchia, e il Niger (grande raccordo di transito sub-sahariano) viene ad oggi deputato come un possibile stato sicuro dove rispedire cittadini stranieri.

1.2 Vengono cancellati i movimenti secondari (i movimenti interni entro i confini europei) per i cittadini che hanno ottenuto protezione. Fortificando il principio per cui il primo paese europeo d’approdo è l’unico competente e responsabile del giudizio della domanda d’asilo, il paese d’arrivo diviene l’unico spazio legale di permanenza del migrante.

E’ chiaro quanto l’obiettivo dei leader dell’Europa continentale sia quello di

  • evitare i movimenti secondari
  • radicare la competenza e la responsabilità sulla domanda in capo ad uno Stato
  • creare un blocco di responsabilità statale che può essere monetizzabile (poiché ai paesi di confine euro-mediterranei viene riscattato e compensato questo fardello con elargizione di fondi economici)

Per il cittadino straniero che ha ottenuto protezione vige alla fine un obbligo a rimanere nel paese d’arrivo. E’ una stratosferica negazione di un diritto fondamentale dell’uomo alla libera circolazione e progettazione del proprio percorso di vita, ma, se non bastasse, è soprattutto uno spostamento del soggetto del diritto: dalla persona (il titolare di protezione) allo Stato (il controllore, che deve far rispettare questo vincolo territoriale, in cambio di sovvenzioni per la gestione dei confini interni, validi per cittadini diversi per cui valgono le frontiere).

Il migrante diventa l’oggetto del diritto del soggetto Stato.

E’ previsto il trattenimento nei CIE qualora la persona non esegua l’ordine restrittivo della sua vita, ma anche quando sussista un notevole rischio di fuga (che per chi abbia avuto familiarità col diritto è una formula talmente vuota,  –notevole rischio- talmente arbitraria, da essere temibile e palesemente pericolosa).

Si sancisce un controllo statale del corpo del migrante.

1.3 Si avviano procedure abbreviate (che significa respingimenti) per ragioni di pubblica sicurezza e ordine pubblico (!). Ciò implica che se il cittadino straniero manchi in qualche modo ad una qualche regola di ordine pubblico (altra categoria con capienza giuridica assolutamente discrezionale), o molto più verosimilmente sia scomodo o sospettato per qualsivoglia ragione, può essere respinto per ovviare ad ogni millantato problema in nome della INESPUGNABILE SICUREZZA.

1.4 La nuova DIRETTIVA PROCEDURE propone in un mese i tempi di adempimento per assolvere agli obblighi di collaborazione fra il migrante e lo Stato competente. In altre parole: in UN MESE deve essere presentata la domanda di richiesta d’asilo, formalizzata tramite C3 e preparato il colloquio d’audizione. Un mese dall’arrivo. Per chi abbia conosciuto le persone che hanno affrontato anni di percorso migratorio, per chi riconosca il tempo necessario all’adempimento al diritto all’informazione del migrante, in una lingua (ma in un linguaggio culturale tout court!!) diversa, sa che la prescrizione della scadenza di un mese, specie per quei migranti che non vengono repentinamente accolti nelle strutture d’accoglienza, è una incontrovertibile misura refrattaria al diritto ed alla sua effettività: posso esercitare un diritto solo se ne ho gli strumenti, solo se lo conosco, solo se ne ho i tempi.

All’inadempienza della scadenza consegue UNA IMPLICITA RINUNCIA ALLA DOMANDA! Una implicita rinuncia, che concettualmente, nell’elaborazione del diritto certo, è un abominio criminoso. Viene posta una tacita rinuncia, una decadenza senz’altra prova o atto o azione giuridica, su un diritto fondamentale: l’asilo.

Quante tacite rinunce ci saranno? Quante involontarie clandestinità si staglieranno sul nostro orizzonte?

La mutazione qualitativa negativa inserita in queste proposte di revisione della Commissione Europea è enorme. Viene attaccato il sistema stesso, le norme, l’humus sotteso, il carattere e le finalità, non la sua effettività. 

L’associazione ASGI (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione), che si occupa da trent’anni nel nostro paese del tema della legalità nel diritto migratorio, ha assistito a numerose, altalenanti, linee partitiche sulle politiche migratorie: venivano posti ostacoli, argini e difficoltà strumentali ai diritti, tanto da lederne sicuramente l’esercizio e da inficiarne l’effettività, ma mai aveva osservato un simile intervento sistematico di carattere legislativo.

Nei summit e nelle discussioni dei nostri rappresentanti politici non viene identificato, sviluppato, qualificato, un modello di accoglienza (non sia mai una semplice egualitaria affermazione di libera circolazione), la questione non è mai e non è più incentrata sull’accoglienza, su quali modelli, quali risorse, in base a quali principi e ispirazioni sociali (il che la dice lunga sull’obiettivo finale e l’interesse precipuo), bensì viene ratificata la limitazione degli ingressi o la loro sospensione.

Riguardo alla migrazione non parliamo più di come affrontarla, affrancarla, organizzarla, ampliarla, modularla, persino gestirla (parola che disprezzo): i nostri leader decidono solo come bloccarla, impedirla, criminalizzarla.

“Il diritto non può essere lasciato ad un indetto caritatevole dei singoli, il diritto, se è un diritto, è un diritto punto.”

(Grazie a Nazarena Zorzella)

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